Da 0 a 3 anni

Gli spettacoli di Burattinificio Mangiafoco sono consigliati dai 3 anni in su, fermo restando che una regola generale ha margini di imprecisione, dal momento che ogni bambino è un universo a sé stante. Perché, quindi, dico dai 3 anni? Perché la regola generale è che i bambini, dalla nascita fino ai due anni, utilizzano i sensi e le abilità motorie per esplorare e relazionarsi con ciò che li circonda. Nel corso del secondo anno di vita il bambino acquisisce “una notevole capacità di muoversi, che viene esercitata quasi incessantemente: la concentrazione, tipica dei più piccoli ad esempio quando sono intenti ad esplorare qualcosa, si perde nel momento in cui i bambini sono in grado di spostarsi ed il loro interesse si fa fugace e di breve durataE’ necessario quindi creare una situazione motivante che soddisfi il bisogno di novità e di scoperta tipico di questa fase di svilluppo, tenendo conto che l’attenzione del bambino si è spostata sulle combinazioni e sulle relazioni tra gli oggetti“. Dai due ai tre anni, gradualmente, il bambino sviluppa il pensiero simbolico e ne abbiamo chiaro riscontro nei giochi che mette in atto. Per “gioco simbolico” si intende “un particolare comportamento di gioco, tipico del secondo e terzo anno di vita”, durante il quale il bambino mette in atto “comportamenti non letterali, di simulazione, che si differenziano per contrasto dai comportamenti “per davvero”. L’abilità di agire “come se”, di simulare eventi, azioni, circostanze del mondo reale rappresenta una delle forme emergenti della capacità di RAPPRESENTAZIONE MENTALE, ASSENTE NEL PERIODO DELLO SVILUPPO SENSOMOTORIO”. Quindi, stando alla regola generale, il bambino sotto i due anni, per una mera questione di sviluppo, potrebbe non riuscire a fruire dell’esperienza teatrale poiché quest’esperienza implica una passività da parte dello spettatore (restare seduti e guardare, senza interagire) nonché un processo di decontestualizzazione dell’azione attraverso la sua capacità di elaborazione -mentale, prima che fisica- di elementi simbolici. Elementi simbolici che, in uno spettacolo di burattini o in uno spettacolo di narrazione animata, si presentano continuamente: ad esempio ne “L’Orco nel fagiolo“, l’Orco possiede un’arpa d’oro e nello spettacolo utilizzo un taglia-uova color oro per rappresentare l’arpa. Nel corso delle numerose repliche de “L’Orco nel fagiolo” ho visto i bambini più grandi ridere di gusto per questa insolita rappresentazione. Un bambino che non abbia ancora compreso che nel gioco un oggetto può essere sostituito da un altro, semplicemente non coglie il nesso. Oppure ne “Il ponte sospeso ad un filo“, Emma parte alla volta di Bosco Oscuro. Il ponte che separa Bosco Ameno da Bosco Oscuro è  rappresentato con un filo di luci blu.  Il bambino che non possiede questa capacità simbolica, vede davanti a sé una scena che non ha la possibilità di decifrare. Un tempo, per questo motivo, non facevo entrare ai miei spettacoli a Burattinificio i bambini sotto i due anni e mezzo di età. Con  gli anni ho rivisto la mia posizione. Ho compreso che non è indispensabile che l’esperienza teatrale sia del tutto intelligibile. Il teatro è carico di elementi che prescindono la drammaturgia della storia: l’impatto visivo e sonoro, ad esempio. Oggi penso che un bambino di due anni -o anche meno- possa godere dell’esperienza teatrale, a prescindere della totale comprensione della storia, per il senso di arcano e di mistero di cui quest’esperienza è portatrice (per approfondire, “Tra Orrore e Splendore“). Con gli anni sono diventata meno rigida e delego quindi ai genitori la scelta di accompagnare o meno il bambino che abbia meno di tre anni ad assistere ai miei spettacoli.  La regola è diventata un’altra: il bimbo, anche se piccolissimo, può entrare in sala, ma solo se non disturba gli altri spettatori. Se il bimbo si alza continuamente, parla/urla e vuole interagire in maniera diretta con lo spettacolo, compromettendone quindi il risultato, è meglio interrompere l’esperienza ed eventualmente riproporgliela più avanti. Perché alcuni bambini, anche piccolissimi, riescono ad assistere ad uno spettacolo ed altri no? Le motivazioni sono varie, ma io mi concentrerò sull’impatto che può avere sul bambino l’educazione  all’ascolto delle storie. Ma quali storie? Giovanna Zoboli, nell’ articolo “Fin da quando ero piccola”, scrive : “(…)possibile che quando si parla di libri per bambini il giudizio sia quasi invariabilmente vincolato a ragioni psicologiche e terapeutiche di fruibilità e così raramente a un discorso sulla cultura, l’educazione all’immagine, al segno, alla parola? Non è anche questo modo di vedere le cose che alla fine consegna l’idea di lettura in età infantile a pratica di puro intrattenimento con tutte le conseguenze del caso?”. L’invito della Zoboli, a cui mi unisco, è quello di abituare i bambini all’ascolto delle storie, meglio se lette ad alta voce quotidianamente dalle persone che si prendono cura del bambino, e che queste storie vengano scelte non tanto e solo per una questione di età e di tematiche legate alla fase di sviluppo del bambino (quello che la Zoboli chiama “puro intrattenimento”), ma in base alla loro bellezza e complessità.  Educare il bambino ad ascoltare parole che esulino da quelle utilizzate nel contesto quotidiano e immagini che richiamino altri mondi, altri sogni. Un libro ad esempio che leggevo quotidianamente ai miei bimbi del nido (24 mesi) era Sann di Jiang Hong Chen, autore che amo molto e che ha molto da offrire. Un’opera d’arte può essere fruita a vari livelli ed è per questo che oggi credo sia sbagliato interdire a priori un’esperienza culturale ad un bambino. Il bambino ha però la necessità di essere accompagnato dall’adulto con rispetto e delicatezza all’interno di quell’esperienza. L’adulto deve insegnare al bambino, con pazienza, metodicità ed impegno, che esiste un tipo di bellezza  meno immediata ma di certo più profonda che può essere colta solo con il tempo. 

Bibliografia: Baumgartner E., Il gioco del bambino, Carocci Editore, Urbino, 2011

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